Ocre Leonessa Rieti.

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Norcia. La nostra prima estate Zero Euro.

Come tutti gli imbecilli purtroppo anch’io devo ammettere che quando vivo qualcosa sulla mia pelle, l’emotività è forte e prende il sopravvento e allora mandi giù le lacrime, che ancora continuano a scendere e scrivi.14915029_10210882407277831_1945710243_n

Le frasi sono quelle, per questo mette ancor di più brividi perché sono le stesse.

 

Quelle che dicevo a mia madre quando la notte stavo là fuori a chiacchierare fino a tardi, io e la mia risata fastidiosa.

“A mà sto qua fuori, ci sono anche i miei cugini, che ce po’ succede?”.

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Quelle che mia madre dice ancora a me quando sto per partire. “Portatevi il giacchetto che qui la sera fa freddo”. E ogni anno scordi il livello e ti porti sempre cose troppo leggere o le scarpe aperte.

 

Quelle che gli altri dicono a me quando dico che vado al Paese. “Perchè di dove sei tu?”  “ A, io ho origini leonessane. Va bè non sono proprio di Leonessa, sono di Ocre, ma Ocre non la conosce nessuno e allora dico che sono di Leonessa.”

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Quelle che tutti si scambiano a inizio villeggiatura: “Quando sei arrivato? Quando riparti?”. Perchè da Ocre tutti ripartono…tranne quei due. A Ocre non ci vive nessuno. Saranno in 10, ma d’estate si riempie di noi che veniamo da Roma.

 

Ocre è il Paese dove arrivi e conosci tutti. Tutti ti fermano per strada. Con tutti sei cresciuto, a volte provi un po’ anche un certo senso d’imbarazzo.

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Tutti sanno tutto. Sanno se sei bravo a scuola, se hai un buon lavoro, se sei simpatico, se sei ricco, di chi sei figlio. Tutti di tutto. Il Paese è così.

 

Perchè puoi essere diventato pure ricchissimo e poterti permettere le vacanze più fighe del mondo, ma a Ocre ci torni sempre, almeno due giorni. Quelle montagne e quei ricordi sono linfa vitale per riaffrontare lo stress dell’inverno e della città.

 

Perchè a Ocre ti svegli e ci sono le montagne. Niente più.

 

Perchè se sei piccolo, giochi sotto l’arco di Antonia, ora  passeggi incontrando pance e passeggini, ma siamo sempre noi, sono sempre i nostri volti. Poi ti fai i conti. Chissà un giorno con chi di questi bambini giocherà un mio futuro figlio. Chissà con quali di questi miei amici rivivrò quello che hanno vissuto i miei genitori.

 

Io vado a Ocre perchè la notte voglio dormire. Perchè la sera voglio chiudere le finestre e guardare un cielo pieno di stelle, che il cielo bello come quello di Ocre non l’ho mai visto da nessuna parte.

E la notte, anche se è il 15 Agosto, voglio starmene sdraiata sul letto e sentire il piacevole caldo della copertina. Perchè voglio il buio nella mia stanza e il silenzio del mio Paese. L’unico rumore che vi concedo è quello del furgoncino del pane che passa suonando il clacson.

 

 

Perchè io sono furastica, proprio come certa gente di montagna e a volte ho bisogno di isolarmi e non ho più voglia di starvi a sentire.

 

Questa è Ocre. Questo è il mio Paese. Queste sono le mie vacanze, nella mia casa.

 

La pace e il recupero di te stessaimg_20161021_091332299

Perchè a Ocre non ti può succedere nulla.

 

Poi l’altra sera, ti organizzi per vederti la Roma.

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Perchè lì nessuno ha sky, manco premium e internet prende pure male. Ma per la Roma in qualche modo ci si ingegna e te la vedi lo stesso.

Le loro bestemmie, la loro rabbia e le provocazioni di Federico, che poi è del Parma che parla a fa?

 

Che poi tua cugina porta la Genziana e tu, pure se già stai pronto per entrare nel letto, ti rimetti le scarpe e riesci fuori. Perchè le notti a Ocre le passi così. Tirando fino a tardi a chiacchierare di nulla, magari ti fai un goccetto, ma al mio Paese non c’è niente e se vuoi qualcosa, devi rubarla dalla dispensa di casa. Allora tiri fuori le salsiccette, la crostata e magari un bicchierino di Genziana.

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Che poi però devi andartene a dormire che domani si va ad Amatrice a parlare con Alfonso dell’Hotel Roma, che dicono tutti sia molto buono (il Ristorante non Alfonso, Alfonso ancora non lo conosco), e qui ormai dicono che sono cresciuta pure io e, dicono sia giunta l’ora di sposarsi e io dico, se proprio lo devo fare lo voglio fare qui.

 

E allora ti addormenti, ma fa freddo, mia madre m’ha lavato il pigiama, ho solo una magliettaccia. Ammazza quanto fa freddo. Ho i piedi gelati. Mi stringo a Federico.

 

Nella notte un rumore indescrivibile. Sembra innaturale, invece è la terra e come fai a desciverlo come innaturale?

 

Comincio a piagnucolare. Federico mi stringe la mano. “E’ solo il terremoto”. Aggiunge. Chiamo mio padre. “Papà?”. Non mi risponde.

 

Scendiamo dal letto. Non mi ricordo le vibrazioni, ma il rumore, nelle mie orecchie, ho ancora il rumore. Prendiamo pantaloni e scarpe e scendiamo, controllando che le scale non siano crollate.

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Mio padre esita un po’ davanti alla porta. Forse avrà pensato che era tutto passato. Ma usciamo comunque. Mio zio è fuori, in mutande e canottiera nera, è in mutande, ma coordinato, l’avrà consigliato la figlia, sempre molto attenta a queste cose?

 

Qui la prima consapevolezza del dramma. Il Paese in strada.

 

Quel Paese che mi metteva pace e tranquillità, quel Paese che era mio, quel Paese ora mette i brividi.

 

Non è successo nulla, non ci sono crolli, né crepe sui muri, né feriti. Solo tutti per strada, noi con i nostri bei pigiamini caldi, noi con le nostre coperte. Viene da piangere, ma quando ti guardi intorno e vedi qualcuno che ha cominciato a farlo prima di te, pensi che devi rimandarle giù le lacrime e consolare chi in quel momento né ha più bisogno.

 

Poi pensi agli anziani, pensi ai bambini terrorizzati, pensi ai  parenti che hai a Ocre di là. Perchè c’è un Ocre di qua e un Ocre di là a seconda di dove ti trovi rispetto al casale.

Mio padre accende la tv. Gli fa male la schiena e rimane in casa. Qualcuno gli urla di uscire, ma lui si fida di quella casa e invece di uscire, scende in cantina a vedere come stanno le fondamenta.

Vado su twitter. Parlano di Norcia, parlano di Amatrice.

 

Cominci a comprendere l’entità della tragedia. Il corno piccolo del Gran Sasso. Pensi che ovunque sia successo quello che è successo qui. Molta paura, ma nulla più. Ma io sono giovane e ingenua. Mio padre comincia a sperare che possiamo essere noi l’epicentro.

 

Perchè se così non fosse, sarebbe proprio una catasrofe.

 

Non facciamo in tempo a confrontarci che una nuova scossa ci fa precipitare tutti di nuovo fuori casa. Aveva ragione il signore a rimproverare mio padre. Restiamo fuori, sempre tutti tranne mio padre.

 

Il resto è consapevolezza del disastro. Il resto è terrore per ogni sussulto del terreno o semplicemente di una sedia spostata.

I nervi sono tesi, ma sono le immagini che risaltano agli occhi che fanno più male.

 

Due morti, poi sei. C’è sempre quella speranza che ti fa illudere che sia tutto lì, ma quella saggezza da adulto che ti spiega che è solo l’inizio. E purtroppo è così.

 

Sono le 11:30 del 24 Agosto.

 

Non riesco a chiudere occhio. Mentre a casa mia tutti riposano.

Sono le 11:30 a quest’ora dovevamo stare lì a parlare con Alfonso, dovevamo prendere insieme a lui decisioni sul catering. Queste montagne e questo verde l’ho sempre sognato come scenario perfetto per il mio matrimonio. Il Sindaco c’aveva dato l’ok. Avevamo la location. Ora mancava il catering e sulla base di quello avremmo organizzato tutto il resto.

 

La scorsa mattina. 6.5. Anche questa l’abbiamo sentita tutta. Pochi chilometri dall’epicentro.

Casa non ha tremato. La casa si è mossa. Sembrava un cartone animato. Ora tira fuori i piedi e se ne va. Ho visto mio padre e Federico scendere quelle scale e uscire, mentre io urlavo a squarciagola. Federico: gli occhi increduli, quelli di chi non sa come ha fatto, ma ce l’ha fatta, la caviglia gonfia e le mutande…pessime.

Aveva dormito tutta la notte col pigiama, ma la mattina faceva un po’ più caldo e si era spogliato.

La mia Norcia, il tuo Preci. Come se non fosse bastata Amatrice. Ora anche il centro storico di Leonessa viene nominato nei Tg e fatto evacuare.

Ocre mia per la seconda volta abbiamo tremato con te.

Non so quanto ancora potremmo farcela.

Regolate.

 

 

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